Non faccio mai foto e la gente non ci si rassegna.
Ma perché non fai le foto? Le foto sono belle, sono artistiche! Le foto le puoi mostrare a parenti e amici quando torni (tu non vedi l’ora di farle, loro non vedono l’ora di vederle). Le foto te le metti in un visorino automatico che eternamente trasformerà quell’angolo morto del tuo salotto etnico in un susseguirsi di panorami lontani.
Io le foto non le faccio, per una serie di ignobili ragioni. Innanzitutto sono incredibilmente pigra e il solo pensiero di tirare fuori la macchinetta, trovare l’inquadratura giusta ecc… mi getta in una cupa disperazione. Poi l’idea del digitale! Digitale che basta un dito per cliccare, rivedere, scaricare, foto-ritoccare, ingrandire per vedere anche l’ultimo neo; digitale che basta un dito per consumare tutto come in un gigantesco fastfood.
Io invece voglio consumare piano e con tutta la mano e nella prossima vita voglio essere al massimo un sasso nel letto di un fiume.
Così le foto me le faccio nella testa, dove, essendoci ampio spazio popolato perlopiù di folletti e creature delle favole, ogni cosa diventerà rarefatta e impalpabile e le inquadrature sono più vere del vero.
La scollatura di Chiara che, pranzo dopo pranzo e cena dopo cena, si colora lentamente di rosa.
Ennio che dorme sulla panca del dhoni, un braccio sotto la testa, abbronzato e solido come una statua maya.
La sagoma di una manta che compare dall’acqua – torbida come tutte le acque torbide dei racconti fantastici – e si avvicina silenziosa e sacra a me che trattengo il respiro.
La testa nera di una signora al tavolo di fianco che si china per baciare la figlia (nera pure lei) e quando si china finalmente ti vedo là in fondo e magari mi stai guardando… Viva la mamma!
Tu seduto sul pontile, i fili sottili delle cuffie del tuo i-pod, bianchi come un decoro su una torta al cioccolato, occhiali da sole e sorriso trattenuto. È chiaro che mi stai guardando. Che sballo!
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