lunedì 16 novembre 2009

Michael Jackson e Matteo

Un po' di tempo fa ho letto un articolo su Michael Jackson; raccontava di come alla totale assenza di carica sessuale del suo personaggio fosse da attribuire gran parte del suo successo presso il pubblico bianco. Un successo che non era toccato mai agli uomini neri forse anche più grandi di lui, da Marvin Gaye e James Brown con le loro allusioni e la loro fisicità animale.
Quindi quando Jacko cantava "Billy Jean" o persino si stropicciava il pacco, nessuno poteva dubitare che sotto sotto era innocuo anche se da adolescenti si pensava che avesse "un sacco di tipe".
Il mio istruttore Matteo della palestra è un po' così. Il meglio lo dà indubbiamente eseguendo la posizione del cobra, quando lascia tutte le donne a bocca aperta illuminando il soffitto della sala Concious con quel culo perfetto. Volendo essere più liriche, non è male neanche quando passeggia nella penombra e ti dà le istruzioni del Pilates, perché ha una voce veramente sensuale e carezzevole.
Ma a fine lezione, quando come topolini ipnotizzati dal pifferaio magico, le signore e signorine si mettono in fila per discutere con lui chi di una posizione che non si era capita, chi di un dolorino in zona lombare, si capisce bene l'equivoco.
Perché Matteo è troppo gentile e professionale e neutro. E davanti agli sguardi e alle parole delle donne, si riaggiusta la bandana e con un sorriso scappa via.

mercoledì 9 settembre 2009

The Scientist

I was just guessin',
at numbers and figures,
pullin' the puzzles apart.

Questions of science,
science and progress,
don't speak as loud as my heart.

Tell me you love me,
come back and haunt me,
Oh what a rush to the start.

Runnin' in circles,
chasin' our tails,
just comin' back as we are.

Nobody said it was easy,
oh it's such a shame for us to part.

Nobody said it was easy,
no one ever said it would be this hard.

I'm going back to the start.


http://www.youtube.com/watch?v=V3Kd7IGPyeg&feature=related

Yellow

Look at the stars,
Look how they shine for you,
And everything you do,
Yeah they were all yellow,

I came along
I wrote a song for you
And all the things you do
And it was called yellow

mercoledì 2 settembre 2009

I Scalini









A Sant’Antoninu si arriva da Isola Rossa lungo una strada tortuosa che attraversa profumati campi di ulivi e cimiteri immacolati. L’ideale è andarci all’imbrunire, magari in moto, per godersi gli ultimi raggi di sole e il panorama mozzafiato mentre si sale. Una volta arrivati in cima, si può lasciare la moto davanti a una chiesetta deliziosa dove anche gli animi più induriti sognano un giorno di sposarsi e da lì ci si incammina lungo le stradine di acciottolato zeppe di scalette, fiori e gatti (vivi).

Proprio davanti al ristorante si trova un parapetto in cui non servono i lucchetti per sentirsi innamorati e da lì si può guardare anche per mezz’ora il sole che si infuoca e lentamente va giù: questo è l’esclusivo aperitivo che I Scalini riserva ai suoi clienti, insieme a un’esplosione di piastrelle colorate, tavolini di maiolica, vino bianco, musica e vento.

Per il dopo-cena consigliamo un maglioncino ma anche di stare stretti-stretti sulla moto che è bello e si sente il profumo di chi ci sta accanto e, per i più temerari, una sosta sulla strada del faro per fare l’amore, con un po’ di paura (ma anche di speranza) di essere beccati.





lunedì 24 agosto 2009

Ernesto Sparalesto

Dopo il divorzio dal suo primo marito, l'affascinante Enedino coi baffi e lo sguardo di carbone, mia zia Antonietta ha continuato a dare scandalo per circa 25 anni, accompagnandosi a vari personaggi. Ernesto era uno di questi.
Ernesto era una specie di ectoplasma che non si materializzava mai al momento giusto, soprattutto sembrava rifuggire le occasioni canoniche e famigliari come lo Spettro dei Natali Passati. Questo succedeva perchè Ernesto in realtà era sposato, anche se naturalmente con la moglie non andava d'accordo e presto l'avrebbe lasciata.
Ricordo perfettamente il tono di commiserazione con cui tutti parlavano di questo argomento perchè era evidente che Ernesto non era poi così infelice con la moglie, nè l'avrebbe lasciata tanto presto. Un'evidenza schiacciante che, da piccolo uomo come doveva essere, tentava di dissimulare con piccoli regali, per lo più orecchini d'oro pendenti, che mia zia esibiva con orgoglio sotto la matassa dei capelli neri.
Allora non sapevo ancora che questo era uno dei grandi archetipi che una donna deve incontrare, nè potevo immaginare che la natura fluida e insidiosa di questa illusione non conosce tempo e non risparmia nessuno.
"Sparalesto" l'aveva soprannominato mio padre, come il cavallo maldestro del west e questo purtroppo contribuiva a dargli quel fascino di scanzonata canaglia che temo abbia fatto la sua fortuna.
Ernesto Sparalesto va iscritto al capitolo "Cose che a me non capiteranno mai" e che poi ci capitano.

mercoledì 19 agosto 2009

Ovidio

Ovidio ha circa 70 anni e gli mancano due denti. Arrivando lo si trova spesso sotto il pergolato che chiacchiera con qualche vicino, senza camicia, a piedi nudi, di fianco alla gabbia delle galline.
Appena scorge la macchina con il suo amico sopra gli si accende negli occhi un riflesso brillante e con questo riflesso ti guida come la luce su una pista di atterraggio.
Sarà questo sguardo ma Ovidio è proprio una persona magnetica. Osservandolo mentre ti guida fra i campi non si può fare a meno di innamorarsene un po'.
Ovidio è un vecchio strano: è un vecchio giovane e lo si capisce da tre cose; innanzitutto l'ironia dei suoi commenti che sa un po' di peperoncino e non di acido come l'ironia dei vecchi veri; poi la forza con cui ha dissodato, seminato e poi raccolto la verdura in un'estate senza pioggia; e infine la libertà di uno che fa il bagno nudo nella tinozza nell'orto in queste sere di canicola. Lì me lo immagino che ulula alla luna.
Ti viene proprio voglia di sederti anche per due ore sotto il pergolato a guardare le macchine che passano insieme a lui.
Quando sarò vecchia voglio sposarmi con Ovidio.

giovedì 30 luglio 2009

Traiano 7

I pellerossa molto prima dei moderni e patinati esperti di feng-shui avevano stabilito che nei posti in cui viviamo rimane un pezzo della nostra anima, cosicchè molti credono che dormire con la testa a nord-ovest favorisca le doppie punte.
Io sono un pellerossa.
Tre cose indimenticabili di via Traiano 7 che non si possono trasportare in via Bertieri 4, nemmeno se esistesse un'apposita etichetta adesiva:
- Sergio, il suo profumo, il suo sorriso bianco e umido
- Le partenze di corsa per prendere il MalpensaExpress co le mie amiche
- La prima volta che abbiamo fatto l'amore al settimo piano

sabato 30 maggio 2009

Quel corpo

Quel corpo è tutto. Atletico e compatto e liscio e abbronzato.
Quel corpo è minuto ma incredibilmente definito e avvolgente.
Quel corpo sa nuotare, vestirsi, scegliere il vino.
Da quel corpo nasceranno i bambini.
Quel corpo ti porta a casa di Paolo a fare l'aperitivo.
Quel corpo sa dov'è l'autogrill con la stessa precisione in cui sa dove sono gli squali bianchi.
Quel corpo ha 40 anni ma allo stesso tempo è nuovo, per me ha appena un giorno.
Quel corpo è tutto. Non bisogna violarlo con le pastiglie, anche se per fortuna erano sbagliate.

giovedì 21 maggio 2009

Derio

Derio era un angelo. Nel micromondo definito da quei 4 paesi in mezzo al Sila, era sempre da un'altra parte e lo si vedeva solo in poche, centellinate occasioni e celebrazioni di Santi.
Non so quando l'ho incrociato per la prima volta e quando l'ultima. Ma ricordo bene che sono scappata dal campo sportivo addentrandomi al buio insieme a lui.
Un buio rischiarato da un milione di stelle e dal fantasmino fosforescente di Ghostbusters che campeggiava sulla mia felpa. Mentre passeggiavamo, i parapetti illuminati da quelle stelle sembravano serpenti d'argento e ci passavo la mano sopra, come mi piace ancora fare. Sembravano strade luminose che ci portavano verso la curva in cui ci saremmo baciati.
Avevo 13 anni ed era il mio primo bacio.
Non mi è piaciuto molto quel bacio ma Derio era l'unico a cui avrei voluto darlo. Perchè era bello e inafferrabile. Aristocratico e incredibilmente educato. Perchè quell'estate era il sogno di tutte le ragazzine e io ero una stupida ragazzina che ancora si meravigliava che qualcuno potesse volerla baciare. Che dopo essere stata baciata si puliva la bocca con la manica della felpa. Che poi non voleva più essere baciata per un anno intero.
Derio era malato già allora. Aveva una malattia che ai ragazzini non si può neanche raccontare e che l'ha accompagnato per tutta la vita. Quella malattia si vedeva nel modo di camminare, negli occhi di un azzurro mai visto. Si sentiva nella bocca molle che mi ha baciato e credo che anche per questo sono scappata via.
Se n'è andato insieme a Derio tutto il campo sportivo, tutte le stelle calabresi. Tutti i baci che ho dato dopo in quelle curve. Nessuno dei quali è stato così fatale.

mercoledì 22 aprile 2009

Postilla alla storia di Isabella P.

Non solo mi sono immaginata la storia e mi sono creata una  nemica ad hoc.
Isabella P. non c'entrava proprio nulla.
In compenso c'entrava Paola M. Ma la storia è diversa: non è lei che si è innamorata del bambino che piaceva a me, ma io che mi sono innamorata del bambino che piaceva a lei.
Momenti di verità in corso Sempione.

Status symbol

Quando avevo 12 anni lo status symbol era essere amiche di Laura e Marcella. Loro erano le divette dell'oratorio, piacevano ai maschi. Per essere amica di Laura e Marcella una come me non poteva fare altro che inventarsi una vita non sua; una vita eccitante e romantica riempita da un ragazzo immaginario, che mi ero inventata di sana pianta leggendo un romanzo Harmony. 

A 25 anni lo status symbol era una ragazza di nome Ylenia. Aveva un corpo fantastico e un fascino da spregiudicata Lolita che faceva girare la testa agli uomini. Per non essere amica di Ylenia una come me non poteva fare altro che inventarsi una vita non sua; una vita in cui io e il mio fidanzato non ci saremmo lasciati per lei.

Ora che ho 37 anni lo status symbol è avere un figlio. Ormai è chiaro che i maschi e i fidanzati sono superati come oggetto del desiderio, al limite sono degli accessori, preziosi e intramontabili accessori che non si buttano via, come una borsa Kelly di Hermes. Il figlio è l'unico argomento di conversazione fra amiche. Così come succedeva coi maschi e coi fidanzati, si sviscera ogni aspetto reale e ipotetico della relazione col figlio dal parto in poi. E rispetto alla mancanza di popolarità dei 12 come del 25 anni, la carenza di questo status symbol sembra essere devastante, forse più per chi ci sta attorno che per quelle come me. Che davanti a questa frattura, che nessuna invenzione può colmare, aspettano Greta.

martedì 21 aprile 2009

Di chi è Uri Caine?

Sabato scorso Uri Caine si esibiva a Monza, ma non ci si poteva proprio andare perchè la musica non è di tutti. Ad esempio la musica di Uri Caine è nostra, forse ancora di più di quella di Jarrett, fatalmente contaminata dalle necessità delle camere separate.
Uri Caine è rimasto in una bolla sopra San Sebastian, dove dopo aver litigato e preso le biciclette e essere andati in direzioni opposte ci siamo ritrovati per andare a sentirlo. A San Sebastian Uri Caine mi è piaciuto come un panino in autogrill, come tutte le cose non programmate che la gente a mente fredda non sceglierebbe mai di fare. Come tutte le cose che fanno storcere il naso agli esperti e ai saggi. 




lunedì 16 marzo 2009

Ikebana

Il mazzo di fiori è un regalo che ha superato definitivamente la prova del tempo. 
E' insieme democristiano, per tutte le occasioni, monarchico, per i romantici di ogni età, e comunista, soprattutto se lo acquisti dal cingalese all'angolo.
Se fosse un simbolo matematico sarebbe un "per", xché l'effetto che produce quando recapitato in un luogo pubblico è proporzionale al numero di "altre" donne che assistono all'evento.
Se fosse una città sarebbe Parigi, Roma, Praga e tutte le città del mondo dove ci sono le cose belle e le persone innamorate.
Significato dei fiori: 
il gladiolo rosso mi ricorda le estati torride in cui mio papà arrivava pedalando dal suo orto con un fascio di fiori avvolto nella carta di giornale. Campeggiavano a centro tavola quando l'Italia ha vinto i Mondiali dell'82; 
un solo fiore mi ha accolto dalla mia prima notte a Bologna fino all'ultima, dolce e personale come un vecchio paio di jeans ritrovati in un armadio; 
il narciso, sia quello giallo, sia quello "pasta e ceci" in questi giorni invade i letti dei fiumi, quindi ama l'acqua come me; rifiorisce se lasci i bulbi nella terra, anche in un inverno gelido come questo e ciò dimostra che c'è la vita dopo;
quando ho ricevuto un mazzo di rose scarlatte a gambo lungo ho capito il valore delle cose belle e dei biglietti che le accompagnano, ma anche che il movente è la chiave di tutto, come nei telefilm di Colombo.



giovedì 12 marzo 2009

Il destino nel nome

La mamma di mia mamma si chiama Francesca e in suo onore così avrei dovuto chiamarmi anch'io. Chissà che persona sarei stata come Francesca, forse una donna più sicura di sè, con quel buon profumo di pulito che hanno le Francesche, chissà perchè, forse perchè Francesca fa rima con fresca.
Ma pochi mesi prima che io nascessi è successo un fatto che ha stravolto tutti i programmi, che ha tolto le mani dalle pancie e le ha messe sugli occhi della mia mamma e del mio papà.
Per questo forse ho sempre avuto la sensazione di portare un nome così scomodo e imbarazzante, il nome appartenuto a quell'altra persona insieme a un volto che sembra il mio.
Mia zia è morta a 37 anni.  Si è strappata via la vita appendendosi a una trave dove l'ha ritrovata la sua figlia maggiore e ha lasciato 5 bambini, sparpagliati poi per sempre nella vita che hanno dovuto fare senza di lei.
Mia zia se la ricordano tutti anche se quando ero bambina pronunciare il suo nome in mia presenza era come una bestemmia o una maledizione. Solo tre persone l'hanno sempre fatto. Mio padre per quell'atto di ostinato amore e fiducia che avrei avuto comunque una vita diversa; l'orco, le poche volte che l'ho incontrato, per rappresentarmi tutti i sudici aggettivi a cui quel nome poteva essere associato; e mia nonna Francesca per rabbia, dispetto e sarcasmo, come tutte le cose che le ho visto fare.
Ora che a 37 anni ci sono arrivata anche io, e intravedo alcuni di quei motivi grandi che la vita ci ricama addosso, posso confermare che rabbia, dispetto e sarcasmo non fanno parte di me. Forse per questo che non mi chiamo Francesca.

lunedì 9 marzo 2009

The ultimate hit-parade

Le gambe degli uomini
La camicia con i polsini slacciati
La camicia con i polsini slacciati sotto la giacca
La cravatta ripiegata nel taschino della giacca alla fine di una giornata di lavoro
Un uomo che si fa la barba con la schiuma guardandosi allo specchio
Un uomo che ti insegna a fare il nodo della cravatta
I piedi nudi sotto i jeans
I jeans button-fly
Un uomo che si sfila la cintura
I polsi abbronzati appoggiati al volante



Absofuckinlutely

Well maybe it's time to be clear about who I am.
I am someone who is looking for love.
Real love.
Ridiculus, unconvenient, consuming, can't-live-without-each-other-love.


martedì 3 marzo 2009

Signs

Todos Santos è un paesino in mezzo al deserto della Baja California. Ci si arriva lungo una di quelle strade polverose che sembrano formare il panorama attorno mentre le percorri. L'impressione è che quella strada sia stata fatta solo per arrivare lì e che non possa proseguire oltre, anche perchè si affossa fra le dune altissime e, poco dietro, nel grandioso Oceano Pacifico.
In mezzo a Todos Santos, lungo la strada, c'è una piccola Missione con un cortile bianco di sabbia, la campana suona e di fianco c'è l'Hotel California che quando ci entri capisci che esistono i luoghi dell'anima e a volte superano in bellezza anche le canzoni degli Eagles.
A Todos Santos ci siamo fermati una notte in un piccolo hotel gestito da due europei,  con un giardino di cactus in fiore e una piscina di acqua salata. L'effetto era perfetto, come stare in una bolla di felicità fra il posto da cui sei arrivato e quello in cui andrai.
Abbiamo mangiato sulla terrazza e bevuto un indimenticabile vino bianco e intanto mi ascoltavo Sapporo, pensando all'Italia.
Era la notte di SanLorenzo, così quando ho deciso di andare a letto per penuria di stelle e anche per penuria delle mie coinquiline che nel frattempo si erano imboscate dietro le dune, ho avuto un segno.
"Ora alzo lo sguardo e se vedo una stella cadente vuol dire che mio papà mi sta guardando". Magia. Ce n'erano un milione, immobili da un milione di anni, con un milione di occhi che ci frugavano attorno, e lei è caduta. La stella del mio papà.
Ecco questo è un segno. E' vero che li cerchiamo tutti i giorni e anche se sono segni stupidi e casuali ci aiutano a pensare che le cose possono cambiare per incanto e arrivare come il vento da un punto imprecisato, magari da dietro le dune gigantesche.

lunedì 2 marzo 2009

Il meteorite

Quando la mia casa aveva odore di calce e vernice, con il parquet posato di fresco che aspettava solo di essere arredato, calpestato, scolorito dal sole, ci siamo sdraiati in un angolo a guardare il soffitto. E tu mi hai detto: "Quando lascerai questa casa, magari per sposarti, ripenserai a questa serata e a me". In quel momento mi si è spezzato il cuore, perchè quel giorno l'ho proprio visto, così lontano eppure stranamente concreto, come un meteorite che a velocità folle anche se invisibile all'occhio umano, lungo una traiettoria cosmica ampia e precisa, si sarebbe schiantato. Qui.
Il meteorite è stato avvistato. Folle di supporter, per lo più donne già da tempo residenti sul luogo dell'impatto o aspiranti tali, si sono radunate per accoglierlo.
Hanno preparato una festa in grande, il cui unico scopo è ripetersi in mille varianti quanto è bello essere colpiti dal meteorite. Perchè è giusto. Perchè si fa così e così. Perchè te lo meriti.
Come quegli invasati che predicano qualche strana forma di vangelo integralista, corrono tutte a impormi le mani e a darmi la benedizione. E io non riesco a togliermi di dosso questa brutta sensazione di essere neutralizzata. Che non c'è sincerità in quello che vedo. Che nessuno mi ha chiesto se è questo quello che voglio.
Se mai lascerò la mia casa, anche se non sarà per sposarmi, spero che sarà per tornare piena di progetti, di emozioni anche orribili e contraddittorie, di frustrazioni e di vita.

lunedì 23 febbraio 2009

Isabella P.

Isabella P. era una bambina bellissima.
Perfetta già nel nome, magicamente bilanciato, nè troppo lungo nè troppo corto; con quel cognome che alludeva a villini di villeggiatura, chissà forse in Versilia, e a calzettoni immacolati. Con due occhi verdi, grandi e pieni di sfumature come un bosco ombreggiato; con le dita affusolate che muovevano impercettibili i bastoncini di shangai sul parquet della sua camera.
Aveva una mamma bellissima che indossava una vaporosa pelliccia di volpe con la quale la scortava, profumata e ovattata, come una zarina davanti alla scuola Arcadia.
Ovviamente era anche adorabile e, in quanto creatura superiore, a un certo punto è sparita dal nostro orizzonte percettivo di bambini di quartiere. E' entrata nella mitologia di quelli che volano via "alle scuole private" e la si è vista poi solo raramente, al braccio di qualche bellimbusto di certo destinato all'empireo dei revisori o dei citymen londinesi.
Isabella P. era tutto quello che non ero io e di chi mi si va a invaghire nella primavera dell'81? Del bambino che piaceva a me, ma certo!
Così abbiamo scritto un biglietto, io e Isabella, a quattro mani come fanno le amichette (io gliele avrei tagliate quelle mani!) per chiedere al bambino nocciolato con chi si voleva fidanzare...
E ora ricordo: non hai mai scritto sul suo diario, ero solo io che avevo già la sindrome del Brutto Anattroccolo! In realtà ci hai fatto arrivare una letterina, credo identica a entrambe o almeno così mi piace pensare, sicuramente suggerita se non dettata da tua mamma, in cui dicevi che eravamo tutte e due simpatiche (?) ma che non ti volevi fidanzare con nessuna delle due. Chissà quante volte avrai ripetuto questa frase! Dopo qualche giorno sei partito e non abitavi più al numero 79, ma tutte le volte che ci sono passata per i 20 anni successivi ho pensato di vederti risbucare con il grembiule e la cartella.
Eri un bambino adorabile, me lo ricordo bene, anche senza quei baffi a manubrio.

venerdì 20 febbraio 2009

Omaggio al pontile: La gomma di Giorgio

Ode all’odore di mani sudate, e foglio e matita che hanno tutte le gomme del mondo negli astucci dei bambini.
Le gomme dei maschi, sempre sporche, smozzicate, imprestate, lanciate ad arco sulle teste dei compagni, piene di scritte a penna. Le gomme delle femmine; a forma di: gattino, cagnolino; al profumo di: fragola, ciliegia, vaniglia. Regalate al compleanno, sempre pulite, mai usate, mai prestate.
Con la gomma si possono cancellare gli errori, certo non quelli gravi che non basta una vita a correggerli; e neanche quelli innocui che basta aggiungere una gambetta e una enne diventa una emme e nessuno se ne accorge. La gomma serve per quegli errori che è possibile riparare anche se lasciano un alone sul foglio, quindi si parla della gran parte degli errori da anni zero in su.
Nel pronunciare la parola gomma, la lingua va giù a ripescare il sapore del caffè. Nel pronunciare la parola gomma si creano ponti gommosi che sorvolano l’Europa e l’Asia e arrivano in mezzo all’oceano Indiano (non a caso esiste la Gomma del Ponte). Nel pronunciare la parola gomma, Giorgio ride e quando Giorgio ride… beh, anche la gomma si scioglie!

Omaggio al pontile: Risposte definitive

Perché quando avrai 18 anni potrai decidere da sola
Perché quando guadagnerai uno stipendio potrai decidere da sola
Perché questa casa non è un albergo
Perché sì
Perché no
Perché la morte fa parte della vita
Perché è il disegno di Dio che non possiamo capire
Perché mi sono messo a guardare il mare e non ho ancora finito

Omaggio al pontile: Prendere un granchio

Fred è un granchio e vive a Madoogali.
È un animale notturno ma non nel senso che esce solo per andare agli aperitivi e guardare le ragazze da aperitivo.
Esce la notte, quando anche l’ultimo bambino dell’ultimo gruppo vacanze si è allontanato, quando gli squali hanno mangiato il loro sushi. E si sente il padrone del pontile.
Cammina veloce e laterale come James Bond durante un’intrusione e fa un rumore più o meno così: tic-tic-tic, tic-tic-tic. Per questo lo chiamano Fred, come il grande Fred Astaire, un granchio vissuto più o meno 40 anni fa, cioè molto prima dell’avvento di Nemo.
A Fred piace vivere a Madoogali perché lì non si fanno gli aperitivi e le ragazze sono in costume. Così può contare al volo i loro nei, valutare esperto il peso e la consistenza, magari dargli un pizzicotto o sfiorargli un piede.
Se ti avvicini troppo a Fred corre veloce e laterale verso il bordo del pontile. E si nasconde, sospeso sul mare come James Bond durante una fuga.
Ma non essendo James Bond e, diciamolo, neanche Nemo, difficilmente riesce a scappare o nascondersi del tutto.
È così che a Madoogali, per fortuna, è ancora possibile prendere un granchio.

Omaggio al pontile: Foto non fatte

Non faccio mai foto e la gente non ci si rassegna.
Ma perché non fai le foto? Le foto sono belle, sono artistiche! Le foto le puoi mostrare a parenti e amici quando torni (tu non vedi l’ora di farle, loro non vedono l’ora di vederle). Le foto te le metti in un visorino automatico che eternamente trasformerà quell’angolo morto del tuo salotto etnico in un susseguirsi di panorami lontani.
Io le foto non le faccio, per una serie di ignobili ragioni. Innanzitutto sono incredibilmente pigra e il solo pensiero di tirare fuori la macchinetta, trovare l’inquadratura giusta ecc… mi getta in una cupa disperazione. Poi l’idea del digitale! Digitale che basta un dito per cliccare, rivedere, scaricare, foto-ritoccare, ingrandire per vedere anche l’ultimo neo; digitale che basta un dito per consumare tutto come in un gigantesco fastfood.
Io invece voglio consumare piano e con tutta la mano e nella prossima vita voglio essere al massimo un sasso nel letto di un fiume.
Così le foto me le faccio nella testa, dove, essendoci ampio spazio popolato perlopiù di folletti e creature delle favole, ogni cosa diventerà rarefatta e impalpabile e le inquadrature sono più vere del vero.
La scollatura di Chiara che, pranzo dopo pranzo e cena dopo cena, si colora lentamente di rosa.
Ennio che dorme sulla panca del dhoni, un braccio sotto la testa, abbronzato e solido come una statua maya.
La sagoma di una manta che compare dall’acqua – torbida come tutte le acque torbide dei racconti fantastici – e si avvicina silenziosa e sacra a me che trattengo il respiro.
La testa nera di una signora al tavolo di fianco che si china per baciare la figlia (nera pure lei) e quando si china finalmente ti vedo là in fondo e magari mi stai guardando… Viva la mamma!
Tu seduto sul pontile, i fili sottili delle cuffie del tuo i-pod, bianchi come un decoro su una torta al cioccolato, occhiali da sole e sorriso trattenuto. È chiaro che mi stai guardando. Che sballo!

Omaggio al pontile: I Racconti




Ah se il pontile potesse parlare!
Dal pontile si vedono i dhoni arrivare e partire con il loro carico di arrivi e partenze. Occhi azzurri che si nascondono dietro occhiali neri, che si incollano ad altri occhiali neri, con dietro occhi color nocciola.
Il pontile accumula il calore per tutto il giorno così che, camminandoci sopra a piedi nudi, non ti puoi sentire solo e freddo e milanese.
Sul pontile arriva un’aria fresca ed è bello dormirci di pomeriggio o almeno così mi hanno detto.
Il pontile ha i piedi affondati nell’acqua e la pancia rivolta verso il cielo. Per questo è noto come grande esperto di azzurri.
Al pontile ci si dà gli appuntamenti per potersi toccare e baciare, sperando che il sapore sia buono.
Ci si vede al pontile alle 22.30?

Tecniche di parcheggio

Ogni mattina arrivando in ufficio do un'occhiata alle macchine che conosco a memoria e mi immagino un sacco di cose.
Perchè stamattina sei arrivata prima del solito? Chissà se la lunga telefonata per la quale sei salita in ufficio in ritardo, lasciando sul sedile l'auricolare tutta attorcigliata era bella o brutta?
Ma la cosa che più mi diverte è il rapporto che le mie colleghe hanno con la loro macchina e che dividerò in 3 categorie socio-automobilistiche.
C'è l'auto delle colleghe mamme, sempre ingombre di giocattoli, cracker smozzicati e brick vuoti di succo di frutta. Normalmente parcheggiata in quelle zone grigie, non a pagamento, non residenti, destinate a persone che vivono sul filo del rasoio. Macchine che erano uscite fiammanti dal concessionario e che ormai nessun marito osa toccare, neanche i più indomiti fan dell'autolavaggio a gettoni il sabato pomeriggio.
Poi ce la macchina della collega ecologista-radical-chic. Ogni mattina arrivo e la vedo, come quelle signore bene che indossano i sandali Bikkemberg, sembra urlare ai quattro venti "Guarda che io potevo permettermi un ringhiante SUV aziendale, e invece eccomi qui. Non faccio rumore, non inquino, sono così insolita che non posso essere parcheggiata regolarmente mai. Così me ne sto in bilico sul mio semiasse giapponese, due ruote su, due ruote giù, nomatter what, sempre in prima fila".
Infine c'è l'auto che non si vede, probabilmente parcheggiata a un isolato da qui, dove la bionda proprietaria dopo un quarto d'ora di girovagare ha trovato un posto abbastanza regolare e immune. L'auto che le ha regalato papà, l'auto con l'albero magico in bella vista al gusto fragola/lampone, l'auto dove non ha mai fatto l'amore. L'auto di una persona che non rischia niente.
Fra le tre tipologie in assoluto la più desolante.

mercoledì 18 febbraio 2009

Lezione numero uno

Le cose belle si capiscono dopo. Me l'hai detto tu, potrei disegnarlo quasi fografarlo quel momento: con la luce della cappa della tua cucina che ti illuminava e un profumo di casa. Temporanea e anche un po' abusiva, ma comunque casa. Casa tua.
Io non lo so quando si capiscono, ma ho deciso che l'unica cosa che posso fare è cercare di capirle.
Sto ricercando le cose che ho di te e non è difficile, perchè hanno invaso la mia vita come il té in infusione da una bustina. Di più, l'hanno formata, perchè la mia vita prima era diversa, mi sa che era la vita di un altro.
E nel cercare queste cose mi sforzo di leggerle con occhi nuovi, per poterle finalmente vedere belle. Come sono. Qui sotto ci sono le parole che hai scritto al ritorno dalla Libia. Allora non avevo capito quanto erano meravigliose, perchè la mia unica preoccupazione era verificare se io c'ero dentro, e come, e quanto. Invece sono parole che fanno stringere il cuore, urlare, parole che non si riesce a battere abbastanza veloce sui tasti per poterle scrivere prima che scappino via. Parole che fanno innamorare, che ti fanno trovare dai motori di ricerca perchè la gente se le legge e se le scambia e si chiede chi le avrà scritte. Lezione numero 1: io lo so chi le ha scritte.


Postilla alla Lezione numero 1:
La mia volontà di esserci è direttamente proporzionale alla tua volontà di non esserci!

venerdì 6 febbraio 2009

il tappeto

L'anno scorso di questi tempi mia mamma, in un tipico spleen di shopping femminile, ha deciso che proprio no, non poteva più fare a meno di un tappeto persiano. Trattasi di acquisto importante, che ha un significato iniziatico, prima pedina di un irrazionale e grottesco domino: va da sé che dopo avere acquistato il prezioso tappeto non potrai più fare a meno di una casa a Cortina e in effetti questa è un po' una scocciatura. 
Famiglia riunita al gran completo, soprattutto io che, in virtù di un viaggio di qualche anno fa in Marocco e a mia volta vittima dei venditori di tappeti, sono assurta a ruolo di gran-visir del tappeto famigliare.
Così si è palesato l'omino dei tappeti,  il quale sebbene trapiantato a latitudine nord del 45° parallelo da diversi anni, non aveva ancora perso il gusto della vendita e ci ha srotolato i suoi tappeti sul pavimento di marmo. La tecnica è comprovata: il primo o il secondo tappeto srotolato è quello che comprerai e lui lo sa già; magicamente, anni prima di aver visto la tua casa ha portato i colori giusti e, psicologo del suk, te lo legge negli occhi che non te ne frega niente di quelle altre alternative, a te che già pensi a Cortina.
Il tappeto così acquistato, un tripudio di uccellini e fiori sui toni del cipria e del blu è diventato la star del salotto. Le sue frange vengono spazzolate e pettinate una volta a settimana, manco si trattasse di un purosangue da corsa. E tutti noi ci beiamo nel camminarci sopra mentre parliamo al telefonino, solo per il gusto di esercitare coi piedi una lieve pressione sulla lana morbida e sentire sotto i piedi l'altrettanto morbida resistenza elastica che il tappeto per qualche anno resituirà.
Solo al bambino Alessio è consentito giocarci a palla sopra e, con grande gusto teatrale, mimare i tuffi dei calciatori grandi.
Ora il punto è questo: ogni volta che lo guardo non posso fare a meno di pensare all'altro tappeto, senz'altro meno prezioso e sicuramente meno morbido che si tiene fra la lana svariate viti di orecchini femminili, tracce meritevoli di un'indagine alla CSI e, cosa più importante, le orme invisibili delle mie ginocchia. Il ginocchio scorticato ha sostituito il valore simbolico che nell'adolescenza aveva il succhiotto. Una donna con il ginocchio scorticato dal tappeto del suo amante è una donna indubbiamente felice, o almeno io lo sono stata su quel tappeto. Quella crosticina sulla rotula, quando me la guardo coperta dalla calza nera durante una riunione, mi da un brivido euforico lungo la schiena. 
Io posso dire che il tappeto volante esiste, anche se al massimo si è spostato di qualche centimetro, e vola sul respiro mozzato, sulla luce delle candele e i riflessi dei gatti, sulle note del pianoforte che ci sta di fianco.
Quindi resta da decidere se il tappetto sia un oggetto di alta borghesia o un luogo di piacere. Oppure, come dimostra il parroco alla fine di "Bocca di Rosa", un porto franco in cui amore sacro e profano possono convivere. In ginocchio.

mercoledì 21 gennaio 2009

Crabtree&Evelyn

Come è bello entrare nella hall dell’Hotel Hilton. Il pianista nell’angolo suona qualcosa che riconosco alla prima nota ma non saprei dire cos’è. Il concierge mi scocca un sorriso così famigliare, uguale a quello del concierge dell’Hilton dell’anno scorso, e poi mi fa accompagnare lungo l’atrio di marmo dove risuonano gli stessi tacchi e le stesse rotelle.
Incantevolmente asettico ma allo stesso tempo accogliente.
Adoro l’Hotel Hilton perché so esattamente cosa troverò entrando nel bagno della mia stanza: un set completo di prodotti Crabtree&Evelyn al profumo di agrumi che mi accompagnerà in questi quattro giorni.
È così rassicurante indossare questo profumo e riconoscerlo negli altri. Come il “la” di un concerto di cui conosciamo a memoria lo spartito, anche se non sapremmo dire cos’è.
Il trucco per sopravvivere all’Hotel Hilton in occasioni come questa è la semplice combinazione di due elementi: essere femminile e rigorosa e comportarsi come un uomo.
La prima parte è facile e composta essenzialmente di tailleur, scollatura e passo veloce. Ma la seconda…
Cosa fa un uomo, un “manager” in viaggio di lavoro? Si ciondola per l’intera giornata con aria rilassata e apparentemente noncurante perché sa che in qualsiasi momento può convocare una o più donne in tailleur e impartire le sue direttive. Beve poi una quantità variabile ma considerevole di pessimi caffè di hotel che gli spandono attorno un odore disgustoso, il quale, in una combinazione letale con l’ottimo profumo Crabtree, renderanno il manager riconoscibile da 100 metri.
E quando arriva sera e le hostess e le donne in tailleur si dileguano, tira tardi coi colleghi per smaltire tutti quei caffè e parlare, credo, delle hostess e delle donne in tailleur.
Chissà se tornando in camera accende la tele e si compra uno di “quei” film? Me lo sono sempre chiesto e allora ieri ci ho provato io. Sezione “Film per Adulti”, scelta “Best of 2008”, descrizione “I 10 spezzoni più eccitanti del 2008”, con possibilità di scelta della lingua che poi non serviva a niente.
Il copione di un film porno è identico come i prodotti Crabtree negli Hotel Hilton. Alle donne piace molto fin dalla prima scena mentre l’uomo se la gioca con ostinazione per un buon 10 minuti con epilogo appariscente ma irrilevante, come la montagna che partorisce un topolino.
Ma quella roba lì io non la voglio mica fare, e tu?

sabato 3 gennaio 2009

Il bacio sulla bocca

Il tuo bacio è come un jazz. Arriva improvviso e senza senso, inutile cercare il motivo per cui l'hai dato o meno, è lì. E' sulla mia bocca, è nella mia bocca.
Il bacio sulla bocca è il passpartout per sentire che dentro sei caldo e bagnato, che hai i denti per mordere, che hai un sapore incantevolmente neutro.
Voglio essere una polpetta di donna che inghiottirai al prossimo bacio per vedere come sei fatto nella pancia; voglio percorrerti tutto e stare con te una notte intera.
Voglio baciarti a lungo perchè così saremo costretti a respirare e sentirò l'aria tiepida e frettolosa che ti esce dal naso e mi scivola sulla guancia.
Voglio baciarti sulla bocca perchè è lì che nascono tutte le cose più vere che so di me.