venerdì 20 febbraio 2009

Tecniche di parcheggio

Ogni mattina arrivando in ufficio do un'occhiata alle macchine che conosco a memoria e mi immagino un sacco di cose.
Perchè stamattina sei arrivata prima del solito? Chissà se la lunga telefonata per la quale sei salita in ufficio in ritardo, lasciando sul sedile l'auricolare tutta attorcigliata era bella o brutta?
Ma la cosa che più mi diverte è il rapporto che le mie colleghe hanno con la loro macchina e che dividerò in 3 categorie socio-automobilistiche.
C'è l'auto delle colleghe mamme, sempre ingombre di giocattoli, cracker smozzicati e brick vuoti di succo di frutta. Normalmente parcheggiata in quelle zone grigie, non a pagamento, non residenti, destinate a persone che vivono sul filo del rasoio. Macchine che erano uscite fiammanti dal concessionario e che ormai nessun marito osa toccare, neanche i più indomiti fan dell'autolavaggio a gettoni il sabato pomeriggio.
Poi ce la macchina della collega ecologista-radical-chic. Ogni mattina arrivo e la vedo, come quelle signore bene che indossano i sandali Bikkemberg, sembra urlare ai quattro venti "Guarda che io potevo permettermi un ringhiante SUV aziendale, e invece eccomi qui. Non faccio rumore, non inquino, sono così insolita che non posso essere parcheggiata regolarmente mai. Così me ne sto in bilico sul mio semiasse giapponese, due ruote su, due ruote giù, nomatter what, sempre in prima fila".
Infine c'è l'auto che non si vede, probabilmente parcheggiata a un isolato da qui, dove la bionda proprietaria dopo un quarto d'ora di girovagare ha trovato un posto abbastanza regolare e immune. L'auto che le ha regalato papà, l'auto con l'albero magico in bella vista al gusto fragola/lampone, l'auto dove non ha mai fatto l'amore. L'auto di una persona che non rischia niente.
Fra le tre tipologie in assoluto la più desolante.

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